Chieri, IT
+39 347 075 1911
info@chieriecosolidale.it

IL SOGNO DI CATERINA

l'attenzione alle persone, all'ambiente e ai beni comuni

IL SOGNO DI CATERINA

Di fare l’infermiera Caterina aveva proprio il destino. Tutta la sua vita, dal primo momento, era stata legata alla vita dell’ospedale, a tutti i suoi reparti, a tutti i suoi dottori e infermiere.
Già il parto, distocico, era stato un brutto momento per sua madre e per lei. Le ostetriche avevano avuto il loro bel daffare ad aiutarla a nascere, e si passò una buona settimana in incubatrice per riprendersi dallo stress.

I primi anni della sua vita erano stati un rosario di entrate e uscite dagli ambulatori: una volta al mese dal dentista, una volta al mese dal pediatra, una volta al mese dall’otorino, ogni settimana che nostro Signore mandava in terra, un medico visitava la bimba accompagnata dai genitori preoccupati: l’acetone, le adenoidi, le tonsille, le carie… ogni problemino diventava un problemone per i due anziani coniugi, ansiosi e timorosi di non fare abbastanza per la loro piccola.


Persino l’intervento di appendicite era diventato molto critico: durante il ricovero Caterina aveva presentato una reazione allergica molto vivace ad un’iniezione preparatoria per l’intervento e suor Domitilla, la caposala dall’ampio cappello bianco si era molto allarmata; il primario prof. Capitolo, chiamato d’urgenza, aveva dato disposizioni per somministrare farmaci per via endovenosa. Da questo episodio seguirono vari esami ed interminabili cure desensibilizzanti per arginare i sintomi legati alle nuove allergie di Caterina al fieno, ai pollini, ai gatti: decine di iniezioni sottocutanee di liquido appositamente preparato dal Centro Allergologico dell’Ospedale Mauriziano di Torino!
L’infermiera della pediatria e Caterina cercavano sulle braccia dei quadretti di pelle ancora senza buchi; cercavano di scherzare, ma non riuscivano a ridere.

L’adolescenza era poi proseguita senza particolari episodi sanitari, fino al matrimonio di Caterina con un collega fascinoso e seducente, almeno a detta delle amiche, ma poco affidabile secondo sua madre.
Pochi giorni dopo il congedo matrimoniale Caterina, durante un caldo pomeriggio in reparto, venne chiamata dal Pronto Soccorso: “Vieni giù Caterina, è arrivato un ragazzo in ambulanza che chiede di te, ma è un po’ confuso e non capiamo bene di chi si tratti!” Caterina corse per gli scaloni, si precipitò in Pronto soccorso e lì, steso sulla barella con gli occhi sbarrati c’era il suo amato giovane marito che, riconoscendola, la rassicurò con energia: ”Stai tranquilla, la macchina non si è fatta niente!” . . . ovviamente i barellieri della Croce Rossa fecero capire con la loro eloquente mimica che l’auto era distrutta e che anche il ferito non era del tutto intero, vari traumi ossei si evidenziarono ben presto … a Caterina girava il capo, la vista si annebbiò e prima di crollare a terra venne sorretta dai medici presenti tra cui il vecchio dott. Merola e coricata su una barella libera, a fianco del beneamato Giacomo detto Jack.

Qualche anno dopo Caterina e Jack misero in cantiere il primo figlio, Sebastiano, che al momento del parto non solo non voleva uscire, ma costrinse la poveretta a lunghe ore di travaglio per poi dover ricorrere ad un cesareo. . . d’urgenza! La puerpera era senza forze e molto dolorante ma apprezzò molto le amorevoli cure delle ostetriche, delle vigilatrici d’infanzia, di tutte le colleghe infermiere che le facevano visita e si prodigavano per aiutarla ad allattare, a riposare, a rinunciare al catetere e al letto per affrontare i nuovi compiti di madre. Tre anni dopo l’ostetrica Diana salutò la gravida in corridoio portando in sala operatoria la culla-incubatrice per accogliere la secondogenita Ginevra, che grazie al taglio cesareo venne al mondo senza problemi, tranne qualche malanno curato egregiamente dalla pediatra Bevilacqua sempre premurosa ed efficiente.

I piccoli crescevano sereni circondati dall’amore di genitori, nonni, amici finché un brutto giorno il padre di Caterina, fino a quel momento sano e arzillo, cominciò a presentare gravi sintomi della patologia che in cinque anni lo avrebbe distrutto: lui stesso scrisse sulla cartellina dei referti “K prostata” e con quella cartellina affrontò con la moglie Agnese ormai anziana e la figlia Caterina una serie infinita di esami clinici, cure, interventi chirurgici, corse in Pronto soccorso, dove Caterina incontrava colleghe e colleghi che sempre gentilmente, sempre garbatamente, svolgevano i loro interventi sempre più invasivi, sempre più faticosi, sempre più vicini alla fase finale. Una metastasi alla testa del femore completò il quadro del K da fumo, e il buon dott. Merola si offrì di operare e impiantare una protesi d’anca, che gli permise ancora qualche passeggiata tra le sue amate montagne. Il babbo chiuse gli occhi in ospedale tenendo il polso di Caterina tra le sue dita, come faceva quando la portava a passeggio da piccola, il dott. Merola venne a constatarne la morte con la mestizia e la condivisione che solo tra vecchi colleghi ci si può permettere. Così la madre di Caterina, ormai ottantenne si trovò da sola e con l’aiuto della figlia infermiera affrontò gli acciacchi della vecchiaia, sempre ben sorvegliata dal Medico della mutua dott. Manello che da anni faceva periodica visita a domicilio a lei e al marito senza mai perdere l’occasione di sedersi al tavolo in tinello, fare quattro chiacchiere e confortare lo spirito oltre che il corpo dei suoi vecchi pazienti. Un grande esempio di medico di famiglia, nel senso pieno del termine.

Nei successivi anni di vita la madre di Caterina fece tanti soggiorni in ospedale in vari reparti, sempre preceduti dal passaggio di qualche ora in Pronto Soccorso: ogni volta il personale sanitario guardava Caterina con comprensione, le chiedeva le prime informazioni, procedeva con esami, radiografie, fleboclisi: Caterina si sedeva sulla sedia di ferro, leggeva un libro, parlava con la mamma tra un momento di assenza e l’altra. Poi arrivava la diagnosi, sempre grave, sempre terribile, e ogni volta Agnese veniva trasferita in un reparto per cure intense, interventi chirurgici.
Ogni volta la prognosi era incerta, talvolta infausta, la vecchina stava qualche giorno allettata, poi grazie alle cure robuste ricominciava a guardarsi intorno, a relazionare con i vicini di letto e le infermiere, a fare battute ironiche e a straparlare: soprattutto all’ora di cena invitava personale e parenti a condividere il suo pasto e il suo letto, scatenando l’ilarità dei presenti. Poi il mattino successivo ubbidiva senza discutere alla fisioterapista che la aiutava ad alzarsi e a fare qualche passo, finchè nel giro di una o due settimane era nuovamente in piedi, desiderosa di tornare alla sua casa di riposo: trasportata in barella dai volontari della Croce rossa veniva accolta tra i corridoi da una piccola folla di pazienti e assistenti esultanti che la salutavano congratulandosi per il ritorno.

In particolare la frattura dei due femori a distanza di tre mesi una dall’altra aveva fatto temere il peggio, ma in sala operatoria gli ortopedici erano riusciti a usare un tipo di sintesi innovativo, poco invasivo e di rapida tenuta: in soli due giorni Agnesina era stata rimessa in piedi con il deambulatore, e continuava a chiedere dove fosse quel posto freddo e pieno di rumori dove l’avevano tenuta due ore il giorno prima, senza capire il perché. L’anestesista era riuscita ad operare un’anestesia tronculare che non aveva provocato danni al sistema nervoso centrale e alla relativa lucidità della paziente. Al momento della dimissione Agnesina ringraziò il sorridente ortopedico Mose chiedendogli in quanto tempo sarebbe “guarita”: il pacato dottore rispose: “un mesetto” e l’anziana paziente tornò in casa di riposo fiduciosa e ottimista.

Certo gli ultimi ricoveri erano stati sempre più lunghi e impegnativi, il cuore e il polmone non si capivano più, lo scompenso era sempre più grave, le terapie del dott. Martini che curava polmoni e cuore sempre più fastidiose, ma ogni volta le cure erano efficaci, il personale premuroso, e Caterina riceveva sempre istruzioni per proseguire le cure in struttura, per mantenere i benefici dei ricoveri.

La vecchia madre di Caterina, scompenso dopo scompenso fece le valigie e lasciò questa terra, l’amato marito di Caterina trovò il paradiso con una giovane ragazza in cerca del principe azzurro, i figli si apprestavano a diventare grandi e autonomi, e Caterina per la prima volta si sentì sola e triste. Colse pertanto l’occasione di un bando interno per cambiare reparto, non più in ospedale tra i letti di persone gravi e senza speranze. Andò a lavorare in un ambulatorio esterno, dove le persone arrivano con le loro gambe, dove i pazienti erano soprattutto giovani, dove le cure erano sì farmaci, ma soprattutto parole, sguardi, attenzioni, telefonate con altri centri, cliniche e comunità, avvocati e magistrati, carcere.

Il servizio di salute mentale parve a Caterina un posto di lavoro vacanziero. La divisa da infermiera non era obbligatoria. I pazienti non avevano fretta di essere curati, anzi spesso non si presentavano, o sbagliavano giorno od orario, adducendo scuse incredibili, come incredibili erano le loro vite, le loro stranezze: Caterina cercava di reinterpretare il suo ruolo di infermiera precisa e tecnica al nuovo ambiente lavorativo, pieno di sofferenza come il reparto ospedaliero. Sofferenze psicologiche, disagi dei famigliari dei pazienti, che cercavano negli operatori quel sostegno e quelle risposte che nessuno può dare. Ma certo ce la mettevano tutta , medici, infermieri, educatori, assistenti sociali per aggirare gli ostacoli, rimediare i disagi, curare le ferite di genitori, fratelli, sorelle, figli e figlie di pazienti così difficili e imprevedibili. Caterina scoprì un mondo parallelo, che solo raramente si palesa alla “vita normale della città” tranne che in occasione di qualche fatto di cronaca, ma che contiene decine e centinaia di persone di tutte le età che non possono condurre una vita “cosiddetta normale” e che pertanto necessitano di cure e interventi speciali.

Fu l’occasione per Caterina per capire che anche qualche componente della sua famiglia era stato in cura al Centro di Salute Mentale, qualche parente un po’ strano, che veniva tollerato e ignorato alle rare feste di famiglia. Ecco dove aveva sentito il nome del medico taciturno, che curava i pazienti con l’ascolto e qualche farmaco, sì proprio il nome del dott. Cirillo era uscito dalla bocca di sua cugina Rosa.
Ora Caterina, prossima alla pensione, sogna il nuovo ospedale, tutto in vetro, tutto tecnologico e funzionale, pieno di efficienza e dotato di ampi parcheggi, collegato alla ferrovia e alle linee degli autobus.

Caterina pensa con soddisfazione e con apprensione ai due figli ormai adulti, li osserva entrare ed uscire dalle porte del vecchio ospedale. Sebastiano è volontario della Croce rossa e durante i suoi turni passa le porte e percorre i corridoi dove suo nonno, sua nonna, suo padre e sua madre venivano trasportati per ricevere le diagnosi e le cure nei momenti più difficili della loro vita: ha sentito parlare di quelle storie, ma era piccino, non fanno parte della sua vita e non può ritenere importanti le favole che sua madre gli racconta; porta in barella nonni, nonne e giovani che con spavento hanno dovuto ricorrere all’ambulanza per arrivare al vecchio ospedale, sempre attivo, 24 ore su 24. Ginevra lavora in sala operatoria, passa gli strumenti ai chirurghi e non può mai parlare con i pazienti, ma ha sentito da sua madre i racconti di quando lei e suo fratello sono nati, di quando i nonni sono stati operati, di come da quell’officina freddolina siano usciti riparati e pronti a ripartire verso nuovi giorni.

Caterina aspetta il nuovo ospedale, dove i suoi figli entreranno e usciranno con le vite di tante persone tra le mani; la città pulsa, la gente corre o passeggia e il suono della sirena dell’ambulanza, la sua luce blu tagliano le strade, interrompono le chiacchiere: una persona in pericolo vola con gli angeli rossi all’unica officina H24, dove tutte le vite si incontrano, dove tutte le vite si intrecciano.

BM

nter>